venerdì, 29 agosto 2008
Piano piano il giovane tenente aprì gli occhi. Ci volle un po’ per abituare la vista alla fortissima luce di metà giornata. Si scoprì legato mani e piedi, seduto, con la schiena appoggiata ad un muretto, resti di una vecchia cascina abbandonata. La sua camicia nera era intrisa di sudore e sangue, davanti a lui infiniti campi di grano, di un giallo abbagliante, che infastidiva. La sensazione di solitudine lo assalì subito.
Lentamente il dolore delle ferite si faceva più presente, la testa cominciò a pulsare al ritmo del cuore. Lo stesso cuore gelido, di ghiaccio, che gli era valso una certa considerazione all’interno delle gerarchie fasciste ora era indebolito dalla paura. Cominciò a gridare a gran voce la sua richiesta di aiuto, la prima volta in tutta la sua ancor breve vita. L’unica risposta che giunse alle sue orecchie fu il verso di un corvo che prese a volteggiare sulla sua testa. Cominciò a piangere e se ne vergognò, poi il buio.
Rinvenne per la seconda volta, sulla bocca il sapore salato delle lacrime versate, la percezione di una presenza lo fece voltare. Al suo fianco, sul muretto, il corvo che prima gli faceva ombra dall’alto del cielo lo fissava dritto negli occhi.

« Hai visto che fine hai fatto? »
« Chi è? Chi ha parlato? Aiuto, ti prego aiutami! »
« Non ti nascondo che provo un certo gusto nel vederti implorare aiuto »
« Ma che dici?! Non vedi in che condizioni sono? Slegami, fatti almeno vedere! »
« Smettila di guardarti intorno, sono qui sul muretto »
« Mi prendi per il culo?! Sul muretto non c’è nessuno! Sai chi sono io? Ti farò passare la voglia di prendermi in giro appena verranno a liberarmi!»
« Certo che so chi sei. So anche come hai fatto ad arrivare qui. »
« Chi è stato a farmi questo? Parla! »
« Sei stato tu idiota. Tu e i tuoi amici fascisti. Vedi, caro il mio ufficiale, a far del male si finisce col farsi male »
Il tenente scoppiò a piangere così forte da fargli mancare il respiro.
« Ma no signor tenente, non fare così, ti stai rendendo ridicolo. »
« Pietà ti prego… pietà! »
« Quando tu e i tuoi amici avete ammazzato quella povera gente giù in paese non mi sembravi così timoroso della morte »
A questo punto il giovane militare si accorse che a parlare era l’animale.
« Vai via! Sei solo un corvo! E’ il sole che mi batte in testa che ti fa parlare, sei frutto dell’immaginazione!»
« Un corvo dici? Io sono l’odio. L’odio che avevi negli occhi fino a ieri sera! E l’odio mangia le persone, non lo sapevi? »

A quel punto il cielo si fece nero, un’ombra in movimento nascose il sole, ed il tenente cominciò ad udire una moltitudine di sbatter d’ali. Trasferì di nuovo la sua attenzione verso il pennuto sul muretto, e questo con un paio di scatti gli cavò entrambi gli occhi. L’odio non vede, l’odio acceca. I corvi scesero in picchiata sul fascista e in un frastuono di versi, gemiti e lamenti lo lasciarono cadavere.
FamChinaski alle 16:57 in: pensieri, racconti, antifascismo, la morte, fam chinaski
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giovedì, 08 maggio 2008
Come ogni sera tirava fuori dal cassetto due mollette, le stesse da almeno dieci anni.
Con delicatezza piegava i pantaloni eleganti, di rappresentanza ma non firmati, e li fissava con quelle per non farli sporcare con il grasso della catena.
Un cenno al collega stacanovista, un saluto al capo e poi via, di corsa giù per le scale.
La bicicletta, il suo mezzo di trasporto preferito, era li ad aspettarlo come sempre.
Aveva cambiato parecchie donne nella vita, ma la bicicletta mai. Forse perché non parla, disse tra sé e sé sorridendo.
Uscito dal traffico cittadino si addentrò nella periferia che oramai il sole era quasi calato del tutto.
Era il momento della giornata che preferiva.
Le strade assordanti ed inquinate lasciavano spazio ai sentieri sterrati che tagliavano i rari campi coltivati rimasti nella zona.
Ogni cosa che lo circondava in quelle poche centinaia di metri gli faceva tornare in mente la sua infanzia, i suoi amici, i giochi che furono.
Mentre l’aria gli solleticava il viso lui poteva udire il suono del pezzo di cartone che metteva tra i raggi della saltafossi, per simulare il rombo di qualsivoglia motore. Poteva udire ancora le grida dell’amico sfigato che rimaneva sempre sotto quando facevano le piramidi umane. Poteva udire ancora le grida di sua madre “Ma dov’eri! Ti ho cercato tutto il pomeriggio!”.
Scusa.
Di colpo tornò all’oggi, era alla fine del sentiero.
Fermò la bici, si voltò, e gli venne un pò di magone.
A denti stretti riuscì solo a dire:
“Le lucciole cazzo, mio figlio non vedrà mai una lucciola”
FamChinaski alle 17:34 in: racconti, fam chinaski
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